SHE MALE

SHE MALE

 Antonello Silani    2017/06/07   1650    racconti erotici

SHE MALE

Voglio raccontare una storia della notte. Di quella parte di notte che conoscono solo quelli che hanno fatto la scelta di dividere la propria vita tra luce ed imbrunire: tra blazer e rispettabilità di giorno e jeans e curiosità quando calano le tenebre.

Il fatto è vero, ciò che cambia sono i nomi dei locali e delle persone, non la città.

Era la fine dell’inverno del 2001 quando Alberto ha cominciato a frequentare i giovedì dell’ Ideale, una discoteca alternativa e trasgressiva a Milano vicino alla stazione Garibaldi.

All’Ideale vanno Gay, coppie libertine, curiosi e, soprattutto, transessuali; questi ultimi oggetto delle attenzioni dei frequentatori, per così dire, eterosessuali del locale.

Non importa perché uno come lui ci sia andato, fatto sta che fruendo di libertà è limitata ai giorni infrasettimanali  l’Ideale gli offriva una serata fuori dai ranghi di quelle che gli piacciono tanto.

Nella discoteca ha conosciuto Nadia e la sua amica Luisa. Entrambe peruviane irregolari, con lunghi capelli biondi tinti l’una e nero corvino l’altra, piccole come tipico della loro razza e con quei lineamenti orientaleggianti che danno un tocco di femmilità al loro corpo procace frutto di bisturi esperto. Nulla a che vedere con le eccentriche e rumorose brasiliane mozzafiato o con travestiti dalla improbabile femminilità; molto “normali”, sempre con pantaloni colorati e attillati e top rigidi che ne esaltavano le curve del piano superiore.

Nadia lo ha puntato subito, deve aver intuito l’estraneità che lo connotava rispetto alla maggior parte dei frequentatori e forse anche che cercava qualcosa di diverso rispetto agli altri.

Essendo estroversa e solare non ha avuto difficoltà a superare l’ abituale timidezza e la apparente scontrosità che il suo piglio involontariamente accigliato trasferisce.

Alberto era appoggiato alla balaustra di bordo pista e lei, dopo un rapido incontro di sguardi durante un ballo si è inizialmente strofinata sul suo corpo provocando l’eccitamento già favorito dallo spettacolo offerto dal contesto, poi, mentre lasciava scivolare la sua mano sulla sua patta stringendo forte il membro duro tra le dita, ha detto “come ti chiami?”….è cominciata così.

Hanno chiacchierato a lungo e lei non mostrava ritrosia a rispondere alle sue domande sempre più incalzanti su locali e vita notturna alternativa milanese, sembrava un normale colloquio a due in una qualunque discoteca da rimorchio, l’unica differenza è che loro, i trans appunto, non possono stare senza toccarti. Mentre ti parla ti tasta, sa che ti piace, sa che vuoi quello perché dentro di sé sa bene che cosa vuole un uomo che si avvicina a una donna e lo fa, non aspetta, non ha pudore, non deve giustificarsi…è un trans.

Si sono visti ogni giovedì per circa cinque mesi. Lui le ha viste insieme, Nadia e Luisa, sempre insieme, tanto da uscire dal coro del mondo dei transessuali dove le amicizie sono di gruppo e solidarietà regionale, non individuali; sebbene loro conoscessero le altre erano diverse, più legate, più simili nei gusti e nell’apparenza.

L’altra stranezza era che Luisa a stento lo salutava, non gli si è mai avvicinata né gli ha mai parlato, fino a domenica scorsa.

Una sera  Alberto ha deciso di seguire il consiglio di Nadia e di andare in un altro locale più spinto, che dedicava la domenica sera alla trasgressione trasgender. Quella sera ha cominciato a frequentare, sia pur occasionalmente,  il Sommergibile, un club priveè alla fine di via Padova. Anche qui loro c’erano sempre e le vedeva fare sesso, Nadia in particolare, senza chiedere nulla ai loro temporanei amici: una parola, un drink e poi via nei camerini del retro del locale.

Egli si chiedeva perché. Il sesso per i trans è lavoro; perché vengono qui dentro, pagano per entrare e si concedono senza nulla in cambio. Allora gli piace! E’ stata proprio Nadia a rispondergli sia pur in parte.

Quando voleva parlargli gli faceva cenno con la mano di avvicinarsi, di sedersi accanto a lei oppure gli si appoggiava addosso, in piedi, e un giorno gli ha detto: “lo faccio perché qui scelgo io e dico io cosa voglio fare e come”, i pompini al buio me li devono pagare in strada”.

Non gli ha mai chiesto di offrirle da bere, passaggio obbligato per i trans prima del sesso non mercenario.

Alberto ha lasciato Milano all’inizio dell’estate.

Dopo due anni, nel 2003, un nuovo impegni di lavoro obbligava Alberto a tornare nel capoluogo lombardo.  Egli era ansioso di tornare e vedere quello che era successo in tutto quel tempo. Due anni sono un enormità per un trans, con la vita che fanno ogni giorno può esser l’ultimo: malattie, amicizie pericolose, maniaci sono sempre lì in agguato, anche se loro ci hanno sempre convissuto e quindi sanno come trattare con il popolo della notte.

Non appena rimesso piede all’Ideale rieccole: Nadia e Luisa di nuovo sulla sua strada. Lei aveva  modificato il suo look facendosi delle treccioline stile rasta e aveva infittito il trucco, tanto che è stata solo la presenza di Luisa a dargli la certezza che si trattasse di loro.

Non l’ha salutata, si è accorto che gli ha lanciato uno sguardo ma ha rivolto gli occhi, per lui era passato, finito, aveva rimosso il periodo trascorso.

Ancora una volta è stata lei ad avvicinarsi, la seconda volta che è entrato nel locale gli ha detto “ciao romano, è un sacco di tempo che non ti vedo”…lui si è fatto aggiornare sul locale che era cambiato, c’erano dentro molti ragazzetti giovanissimi che parlavano dialetti dell’est europeo, gli ha chiesto che facessero lì e lei, con aria di superiorità, ha risposto “sono rumeni, ci servono quando vogliamo divertirci un po’”.

Quello che Nadia ha detto è vero ma non del tutto, questi ragazzi senza ne arte ne parte,  diventano spesso partner abituali dei trans in particolare sudamericani, e, aiutati da una certa prestanza giovanile, gli dichiarano eterno amore sfruttando con regali e soggiorni abitativi la voluta ingenuità dei loro amanti transessuali. Sono violenti, senza scrupoli e quando le cose non vanno come vogliono loro non esitano ad alzare, nel migliore dei casi, le mani.

Nadia era diversa, non lo toccava più, gli ha chiesto un passaggio in un locale vicino alla stazione. Il suo rifiuto motivato dalla preoccupazione di esser intercettato dalla polizia e di avere problemi l’ha fatta infuriare, si è allontanata velocemente ed è uscita dal locale.

Si sono incontrati ancora e lei si comportava come se nulla fosse successo, sorrisi e saluti.

Un giorno Alberto ha deciso di assumere un iniziativa nei suoi confronti, le ha chiesto se le avesse fatto piacere di accompagnarlo in un locale in zona Sempione dove facevano una festa dedicata alla gang bang eterosessuale, si entrava insieme e poi ciascuno per conto suo. Era entusiasta, ormai aveva perso ogni speranza con lui di riuscire ad esser trattata come un “normale” essere umano; la sua sola preoccupazione a quel punto era Luisa, la doveva sistemare oppure doveva venire con loro assieme ad un altro amico; Alberto rifiutò recisamente questa seconda ipotesi ne precisò che comunque era sua intenzione di incontrarsi davanti al locale. Rimasero d’accordo che al prossimo incontro le avrebbe fatto sapere i dettagli.

Per lui questa scelta era dolorosa, significava accettare che un mondo che voleva tenere ai margini nella sua vita sarebbe entrato a far parte di quella in maniera “ufficiale”, significava accettare in qualche modo una inaccettabile verità.

Per questo anche in questo caso aveva scelto di non scambiare numeri telefonici e di non andare insieme in macchina era un ultima resistenza imposta dal pregiudizio per cui il contatto con queste persone segue due strade distinte: attrazione e ammirazione nel buio e nell’anonimato di un locale, distacco e distanza fuori.

Eppure lui sa che sono donne, o almeno si sentono completamente tali. Le aveva viste al Sommergibile, dove possono fare ciò che vogliono senza incorrere nell’intervento di nerboruti buttafuori, ballare seminude guardandosi allo specchio compiaciute del loro fisico minimamente costretto in tacchi altissimi, perizoma in bella vista e trasparenze da cardiopalma, con delle movenze da cui traspare una femminilità assoluta condita dal calore sudamericano del loro sangue.

Siamo all’epilogo ormai.

C’è stata una interruzione di tre settimane nella  frequentazione da parte di Alberto dei locali  e dall’ultima volta che aveva incontrato Nadia.

Giovedì scorso torna all’Ideale e vede Luisa. Nadia non c’era. Si è chiesto il perché, era la prima volta in tutti quegli anni che non le vedeva insieme, ma si è risposto che lei aveva probabilmente rimorchiato ed era altrove.

Domenica sera va al Sommergibile, una bella serata, tanta gente. Arriva Luisa, di nuovo sola.

Non riesce a trattenersi e, nonostante la mancanza di confidenza le chiede “e la tua amica?” lo guarda un minuto e risponde senza far trasparire sentimento alcuno “come non lo sai….” creandogli una certa irritazione per l’assimilazione ad un ambiente che non voleva considerare suo  “Nadia….è morta, un incidente d’auto”.

Alberto aveva i brividi e la spina dorsale gli si è irrigidita. Si è vergognato. La guarda nei piccoli e allungati occhi neri  e intravede un velo di lacrime formarsi e sparire immediatamente, poi Luisa  ha aggiunto “sai non era una mia amica…era mia sorella”.

Per lui la serata era finita lì, non ha detto nulla si è allontanato ancor più velocemente del solito ma non riusciva a scollare gli occhi di dosso a Luisa che stava seduta sola su un divanetto con aria indifferente.

L’indifferenza che traspariva era in realtà consapevolezza dell’ineluttabilità degli eventi e di come la morte ci accompagni in ogni momento della nostra frenetica esistenza, come basti l’inevitabile compagnia dell’ alcolizzato Ivan di turno alla guida di una scassatissima BMW del 1980 a toglierci speranze e progetti, se mai ne avevamo avuti anche solo di una vita da “normale”, come aveva tentato di fare Nadia.

 

 

 

 

 

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